Dall’isolamento alla prima passeggiata: cronaca impaurita di una rinascita sperata

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Due mesi di clausura, accompagnati dalla paura costante di perdere qualcuno e poi magari ancora qualcun altro oppure, addirittura, di passare a miglior vita, per usare un eufemismo. L’angoscia di ammalarci e di contagiare le nostre persone, con la preoccupazione di ritrovarci come quel coetaneo che dopo alcuni giorni di ospedale si è spento e non ce l’ha fatta, perché forse, quell’inquietante “muoiono solo gli anziani”, non era altro che una supposizione per tranquillizzare la massa. La stessa massa che però, quegli over65, li aveva nel cuore, perché li considerava persone, li riconosceva come parenti, amici, affetti preziosi.

Siamo stati spettatori increduli di uno scenario apocalittico, ci siamo ritrovati bloccati da un giorno all’altro, costretti a passare da una situazione quasi goliardica in cui il metro di distanza diventava occasione di discussione sui rispettivi confini, a una situazione tragica in cui l’idea di avere un solo bagno in casa ci faceva sentire in pericolo, in ansia.

Personalmente ho visto immagini che vorrei solo poter cancellare, ho avuto nelle orecchie per giorni le sirene delle ambulanze, ho avvertito, forse per la prima volta, il rumore assordante di un silenzio nero, carico di morte e terrore. Per me e per i miei cari lontani, congiunti o no, perché non è solo lo stesso sangue a creare i legami profondi di una vita.

Ho cominciato ad abbracciare i miei figli e mio marito più volte al giorno, con sguardi, parole e silenzi prima ancora che con il corpo, ma ho anche iniziato a provare e a trasmettere una preoccupazione e un terrore che forse non pensavo nemmeno possibili. Mi sono trovata incapace di rispondere ai diversi “perché?”. Ho cercato chiavi possibili per interpretare la realtà in un modo positivo, carico di fiducia e speranza, ma in alcuni momenti, proprio, non ce l’ho fatta. Spesso sono crollata. Il più delle volte da sola, per non spaventare gli altri, nei momenti peggiori davanti a tutti, sentendomi ancora peggio di fronte agli sguardi attoniti dei miei famigliari.

Sono cambiata. Notevolmente. Profondamente. Inevitabilmente.

Ora è cominciata una nuova fase, voglio “tornare a vivere”, ricominciare, rimettermi in gioco fuori.

Faccio fatica.

Quasi più fatica di settimana scorsa, quando mi sentivo ancora in quarantena e, in un certo senso, avevo un alibi.

Adesso posso uscire, eppure la paura mi si è fermata addosso e non so se sono pronta a ripartire davvero.

Come prima sicuramente no.

Sarebbe assurdo.

E allora?

Non basta una doccia per lavare via un virus che mi ha colpita al cuore, che mi ha frantumato le certezze, che ha distrutto quel senso di onnipotenza che, senza esibirsi troppo, mi faceva sentire giovane, forte e coraggiosa.

I mesi di marzo e aprile 2020, mi hanno mostrato, in maniera chiara e diretta, quanto poco sappiamo in generale nonostante le nostre presunte scienze, quanto tutto sia provvisorio e sopratutto quanto sia importante il presente, l’adesso, il qui e ora. Nel bene e nel male. Perché è ciò che abbiamo e che possiamo affrontare.

Riparto da qui allora, da un presente che non mi somiglia più, perché forse ancora non so bene come sono diventata e nel contempo da un presente che, al contrario, mi somiglia come non mai, adesso che ho iniziato a confrontarmi profondamente con le ombre e i fantasmi che ho dentro.

Dal presente doppio o forse maggiormente integrato di questo periodo così complesso e difficile, che mi ha insegnato forte la totalità del vivere, intrisa di ambivalenze e chiaroscuri non sempre nitidi.

Riparto da Me, dunque. Ancora una volta e più che mai.

Da quella che sono e che non sempre riconosco.

Con il bisogno profondo di ristabilire un contatto con quel mondo fuori dal quale mi sono dovuta allontanare e dal quale ancora sento di dovermi proteggere.

Un mondo che sembra essere al culmine della sua bellezza dopo la disintossicazione, eppure mi fa sentire vulnerabile, fragile e perfino goffa nell’affrontarlo.

Mi barrico dietro alla mascherina che insieme protegge e allontana e affronto quell’intenso viaggio che si chiama semplicemente passeggiata.

Perfino i respiri sono surreali: dopo tanto tempo in casa o a qualche metro di distanza tra i confini del giardino condominiale, la brezza leggera della libertà richiede un ritmo diverso, scandito da battiti emozionati che creano uno strano rock particolarmente sincopato.

La sensazione iniziale, che segue e precede ogni passo, è di essere su un terreno nuovo, sconosciuto; istintivamente i nervi sono un po’ tirati, il corpo rigido, lo sguardo attento anche se parzialmente limitato dal tnt rosso.

Poi, dopo pochi o tanti minuti, ma in questo momento non mi è dato saperlo, mi rendo improvvisamente conto di non essere su Marte ma di trovarmi esattamente sulla strada che percorro da anni ogni giorno; o meglio, che percorrevo da anni ogni giorno.

Pausa.

Consapevolezza.

Come quando, ad ogni figlio nato,  la mia storia ha cominciato a dividersi in prima e dopo, così ora mi rendo conto di quanto distante sia il tempo di due mesi fa da quello di oggi.

C’è tutto lo spazio di un capitolo a parte, apparentemente breve, talmente potente da richiedere più pagine di qualunque altro.

Respiro forte.

E’ successo davvero.

L’incubo che ho addosso c’è stato.

E’ reale.

In due mesi è cambiato tutto.

Per due mesi ho respirato morte, sofferenza e timore.

Per me e per loro. I miei loro.

Ho anche coltivato amore, fiducia, speranza e desiderio.

Ho sentito la gioia del vivere insieme, condividendo attimi preziosi, ma anche la fatica di non trovare spazio né per me né per nessun altro, sfinita dalla sensazione di avere il cuore in gola.

Non è facile ripartire.

Ma m’incammino. Sento che è ora.

Sto per arrivare sul sentiero che mi porta al fiume, la strada si restringe e vedo arrivare persone che non conosco. Mi agito: “hanno la mascherina? Non capisco” . controllo di avere il naso coperto e mi accorgo di quanta ansia ho addosso, di quanta leggerezza ho perso e di quanto bisogno ho di confrontarmi con questi aspetti nuovi.

Vorrei sciogliermi, “essere normale”, camminare e basta, come facevo, automaticamente, avanti, con il mio passo, attenta agli ostacoli e pronta ad affrontarli; a volte sbadata, ma capace di ridere e rialzarmi dopo una caduta o una piccola difficoltà.

Un attimo.

Pausa. Di nuovo.

Non sono più così. Non adesso almeno.

Sono spaventata e non posso farci niente.

Sono cosà. (Ah, la mia nonna, quanta magia mi ha trasmesso con questi giochi di parola qua).

Nel momento in cui me lo dico, paradossalmente (o forse no), mi rilasso. Proprio mentre accetto di dover fare i conti con nuovi lati inimmaginabili di me, tiro il fiato: respiro più piano. Decisamente meglio.

Consapevolezza.

Le campane delle mucche mi salutano da lontano, invitandomi ad entrare simbolicamente nello spazio protetto dei ricordi e delle consuetudini, dove il corpo finalmente ritrova il suo sentire e comincia a muoversi senza troppo pensare.

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Oltrepasso la paura ritrovando la bellezza e di nuovo sento quel fascino pulito e semplice della vita di ogni giorno, che scorre scandita dalla corrente del fiume, lasciandosi inebriare dai profumi di aglio orsino, terra bagnata e muschio.

Attraverso pozzanghere che riflettono il cielo, sotto un tetto di foglie che mantengono le distanze, inciampo in radici che sembrano appena spuntate, mi impiglio in spine che non sarebbero qui se la gente avesse continuato a passare su questo sentiero. Eppure ci sono e le spine non mi hanno mai dato così tanto fastidio: bastava spostarle con un bastone, tenerle bloccate finché tutti erano passati e poi via, libere di nuovo di continuare a crescere.

Le distruggerei. Adesso le distruggerei una ad una.

 

Non lo faccio perché mi sento aggressiva, ma se avessi un coltello probabilmente comincerei a tagliare. Sfogherei la rabbia che ho dentro contro questi rami impertinenti che senza nemmeno avvisare ti sanno far male.

Ma comincio a vedere l’acqua, non ho voglia di affogare nel rancore: devo godere di IMG_20200504_075321351questo spettacolo che da troppo tempo mi manca. Devo trovarmi tra i riflessi che intravedo e giocare a perdermi di qua e di là, come una libellula libera e leggera.

Voglio essere la foglia trasportata dalla corrente, il bastone incagliato che prima o poi ripartirà, spinto dall’onda giusta proprio mentre stava cominciando ad affievolirsi. Voglio sentirmi il bocciolo che sta per esplodere e mi perdo nella fragola che ancora si nasconde dietro al fiore, mentre mi chiama con la voce del nonno: “stanno arrivando, le vedi? Vedrai come saranno rosse e dolci quest’anno”.

Sono come una bimba che ritrova un mondo, il suo mondo e sono felice.

Intanto le lacrime solcano selvagge le mie guance, i sospiri si accaniscono contro la mascherina e non so bene se sia più forte l’assenza o la presenza di chi non c’è più eppure viene costantemente a farmi visita in questo periodo folle.

Uff, che fatica, tutto.IMG_20200504_080718534

Ma ci sono i sassi e ricomincio a giocare. Cerco i miei, li avvicino, mi trovo. Due rametti, una foglia, ci sono. Una piantina nell’angolo spunta dal grigio. Perfetta. Con le imperfezioni e i desideri del momento. Manca qualcosa. Una tempesta di sassi piccoli che stravolge appena un po’. No, non basta: ce ne vuole un’altra, più forte.

Mi scompongo poco.

E mi sorprendo.

In effetti ci sono ancora.

Nonostante tutto.

Alzo lo sguardo e ritrovo, nuovamente, il mio scoglio.

Il solito.

Quello che abito da sempre, quello in cui mi specchio ogni volta da punti di vista diversi. Lo conosco bene, siamo amici da una vita. Mi sento riconosciuta.

Resto distante, anche se vorrei abbracciarlo. Non ce la faccio.

Lo guardo da qui e lui mi ascolta, con il suo silenzio caldo e accogliente.

Ci salutiamo

IMG_20200504_075821313_HDR Torno a partire, con un sorriso leggero e gli occhi ancora bagnati.

Non incontro nessuno e ne sono contenta.

E’ un momento intimo questo. Tra me e il mondo.

Un momento nostro.

Per ritrovarci, finalmente, in cerca di nuovi equilibri.

Non sarà come prima.

Sarà meglio.

Ci credo e proseguo il cammino.

Potrei continuare ancora ma, per oggi, va bene così.

Ci voleva.

Grazie.

A presto!

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