Il lavoro educativo: una sfida necessaria da alimentare con rispetto e fiducia

Schermata 2019-11-21 alle 10.42.47 (1)Ogni giorno leggo riflessioni di operatori sociali stanchi di questo clima diffidente e accusatorio e oggi avverto la necessità di prendermi del tempo per fermare e chiarire, nero su bianco, il mio pensiero. Per me prima di tutto, ma anche per le mie persone, dentro e fuori casa, quelle che vorrei potessero intravedere qualcosa in più oltre alla perseveranza un po’ frustrata di chi resiste e continua a credere in una professione spesso bistrattata e misconosciuta, rischiando attacchi di vario genere e scontrandosi con realtà tanto complesse da sembrare talvolta invalicabili.

Non vorrei sentire in continuazione storie di colleghi che hanno cambiato mestiere perché “non ne potevano più” o “il gioco non valeva la candela”, vorrei poter mostrare forte quella bella luce che s’intravede là, nel regno del possibile. Oltre la rabbia e le invettive istintivamente e inevitabilmente presenti ogniqualvolta ci assalgono dubbi, insoddisfazioni o perplessità date dallo scarso riconoscimento generale di un lavoro che ha che fare con le relazioni, i sentimenti, i confini e l’umanità in generale.

Non serve raccontarsela: lavorare nel sociale molto spesso significa trovarsi in una sorta di trincea, attaccati senza cognizione di causa da più fronti, sotto una costante pressione che talvolta dipende da questioni di giustizia, etica, cura, talaltra da puri e semplici interessi economici o politici.

Opportuno appare dunque interrogarsi sul senso che questo comporta. Perché il senso intenso e profondo di un lavoro apparentemente semplice, divertente e appagante, eppure estremamente difficile, carico di fatiche e foriero di incertezze, a molti (soprattutto a chi ne sta fuori), sfugge.IMG_20190701_164428283

E si cela nei dettagli che caratterizzano la semplice presenza di figure educative con una specifica formazione in svariati contesti in cui servono ascoltatori, compagni, modelli, osservatori, testimoni, specchi, punti di riferimento non soltanto importanti, ma sostanziali.

Sono arte terapeuta ormai da una decina d’anni e faccio l’educatrice da quasi venti. Uso la parola “fare” perché amo sentire la concretezza del mio quotidiano, la plasticità di un lavoro cangiante e la forza di quello spazio potenziale in cui mani, piedi, emozioni e creatività si accendono, avvalendosi di pratica attiva e continuativa.

Dopo aver visto, conosciuto e respirato diverse realtà, sia su e giù tra le mie valli, sia in giro, un po’ qua e un po’ là, per corsi di formazione, rimpatriate con vecchi amici, inarrestabile curiosità, ho la sensazione, a tratti triste, che siano rimasti in pochi gli educatori che ci credono ancora. E un po’ fa male.

Sicuramente siamo pochi ma buoni e sono convinta che gli educatori non si spengano mai, nemmeno quando cambiano mestiere, ma vorrei davvero ci potessero essere condizioni diverse.

Per noi e per le persone di cui ci preoccupiamo.

Perché gli sforzi invisibili sono tanti, gli attacchi, privati e pubblici, si susseguono da ogni dove e gli ideali, quelli della mia generazione e delle generazioni precedenti almeno, stanno tendenzialmente cedendo il posto a un misto di rassegnazione e disillusione, mirando alla necessità di un‘evoluzione notevole che, da questo spazio di lavoro piuttosto precario, appare alquanto ostica.20180901172041_IMG_2900

Ma muoviamoci con calma e veniamo alla caratterizzazione del personaggio.

Chi è “l’educatore professionale extrascolastico”?

Ai miei tempi si chiamava così e… Eccolo lì: un’insolita commistione fra un cavaliere errante, un nerd, un professore (forse anche un po’ sfigato) e, inutile ometterlo, il Robin di Batman.

Diciamocelo dai, per buona parte del popolo, l’educatore professionale (che comunque anche al femminile sembrerebbe dover restare educatore, perché pare che educatrice richiami troppo il mondo infantile confondendo i livelli e relegando ogni questione educativa esclusivamente alla scuola), non è un essere definito, ma uno stereotipo a tutti gli effetti, seppur bizzarro e piuttosto astratto.

Fondamentalmente si presenta con abiti piuttosto informali e atteggiamenti gentili, tendenzialmente un po’ sinistroidi agli occhi dei più.

Appare solitamente all’improvviso, in ritardo o addirittura in anticipo, come un buontempone che gira in auto o in pullmino, insieme a gente più o meno strana, diversa oppure normale in maniera inquietante.

In questo frangente, mentre “lavora” (rigorosamente  tra virgolette), coglie sovente l’occasione per far spesa, rilassarsi nei parchi divertimento o in piscina (gratis!), andare a cena o a pranzo fuori, pagato, con la scusa di qualche progetto finanziato probabilmente dai poveri contribuenti. Se poi incontra qualche conoscente, è pure oggetto di domande invadenti e sguardi imbarazzanti, ai quali prova a rispondere in modo garbato con sorrisi o saluti veloci che rischiano di essere interpretati come scortesie quando vorrebbero comunicare semplicemente una distanza educativa doverosa.

In più, solitamente, (non avendo molto da fare), si diverte ad organizzare feste o eventi in cui raccogliere fondi, pensando spesso più a sé che ai bisogni degli utenti.

Ah, in alcuni casi addirittura, con quegli stessi utenti, si permette di utilizzare atteggiamenti eccessivi, inadeguati, cattivi perfino, comportandosi male, attuando repressioni, soprusi e talvolta abusi, proprio nei confronti di “poverini” che non possono reagire.

Ma stiamo scherzando? Forse. Possibile che qualcuno possa essere giudicato così, a prescindere?

Accade.

Come accade che, da un altro piccolo pezzo di mondo, l’educatore sia considerato una sorta di missionario mancato, che invece di andare in qualche sperduto paese africano o asiatico ad aiutare i poveri, chissà come, abbia scelto di dedicarsi quotidianamente agli emarginati o ai disagiati oriundi, probabilmente per una sorta di bisogno di riscatto personale.

In questo caso la sottolineatura di circostanza suona come il classico: “che coraggio: io non ce la farei mai a fare il tuo lavoro”, detto con l’arguzia di chi si chiama fuori ancora prima di provare a capire di cosa si tratti.

Così, il presunto “professionista della solidarietà”, visto in modo più o meno negativo, resta comunque qualcuno a cui vengono attribuite notevoli dosi di fancazzismo (ovviamente rispetto “ai lavori veri”), di fortuna sfacciata e probabilmente pure di soldi a palate…

Ecco: CHEPPALLE! Ma dove? Ma chi? Ma perché? MA BASTAAAAAAAAAAAAAAA

Bisognerebbe far sapere a tutti, in particolare a chi guarda tanta TV e a chi trascorre parte della giornata commentando articoli seri e/o fake news senza preoccuparsi in alcun modo di attivare il cervello prima di scrivere o parlare, che gli educatori e le educatrici sono categorie di PERSONE. E vanno rispettati sia come persone, sia come lavoratori e lavoratrici.

P_20170516_090606In ciascuna categoria infatti, ci sono individui distinti, che provano emozioni diverse, che si differenziano per un’infinità di variabili e che hanno scelto un lavoro complesso, difficilmente esplicabile, carico di fatiche invisibili, ma soprattutto onesto e utile, anzi, fondamentale.

E continuano a farlo, questo lavoro complicato, malpagato, malriconosciuto, perché è straordinariamente importante e significativo e perché ancora credono nella possibilità di migliorare un mondo in cui la disinformazione rischia di vincere sulla verità, l’apparire tende a surclassare l’essere e gli investimenti nella cultura e nell’educazione subiscono tagli e vengono declassati anziché essere incrementati e incentivati.

Gli educatori che resistono non si bloccano di fronte alle emergenze, non si arrendono di fronte agli errori e non si piangono addosso davanti alle ingiustizie, perché sono allenati a reagire, a combattere e a rialzarsi con dignità dopo ogni caduta, sia che dipenda da un incidente, sia che dipenda da uno sgambetto più o meno intenzionale ricevuto da qualche altro attore del bistrattato sociale.

Quindi, ecco, per favore, finiamola con i giudizi gratuiti e le critiche a priori, perché molti educatori e molte educatrici, in silenzio e senza grosse pretese, provano ogni giorno a fare la differenza, convinti e convinte che per “trarre fuori”, per educare, ci sia bisogno di passione, rispetto, fiducia e dignità.

Valori che vengono boicottati quotidianamente non per colpa di quelli che stanno in prima linea a osservare, cercare di comprendere, sostenere o trasformare situazioni complicatissime, ma per colpa di quegli altri che, dall’alto, giocano a rimbalzarsi responsabilità e doveri.

Quindi, per favore, le sentenze, i giudizi di valore, le erbe che fanno il fascio, lasciamole a chi sceglie di essere ignorante  e concediamo agli educatori anche soltanto il beneficio del dubbio.

Possibile che non abbiano proprio di meglio da fare?

Probabilmente sì, potrebbero averlo, ma scelgono di non mollare perché in fondo (o in cima, a seconda del punto di vista), al di là di tutto, amano la scelta che hanno fatto e la coltivano con coraggio, determinazione e flessibilità.

Perché certi sorrisi, certi sguardi, certe emozioni e certi silenzi profondi, non accadono per caso, ma dipendono da intenzioni, atteggiamenti, pensieri e azioni.

Perché l’autenticità, manifestata e ricevuta, le sfide, perse o vinte e il gioco, o meglio, l’essere in gioco, insieme, per un obiettivo grande, sono motori da riaccendere quotidianamente per il miglioramento della qualità della vita.

E allora smettiamola di demonizzare il sociale, di prendercela con i Servizi che funzionano male e di attaccare le persone che li compongono e proviamo a lottare davvero perché il sistema funzioni.

Proviamo ad ascoltare le storie, a sentire i movimenti e ad accogliere le proposte di chi cerca di lavorare al meglio in condizioni talvolta desolanti e precarie. Proviamo a rispettare il lavoro degli altri e cerchiamo di capire cosa c’è dietro alle scelte e alle intenzioni reali.

Il viaggio si prospetta lungo e impegnativo, ma questa potrebbe essere davvero una buona partenza!

Grazie.

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